giovedì, 19 giugno 2008, ore
20:44
Ho voglia di ballare.
venerdì, 23 maggio 2008, ore
14:04
Così cantano i Baustelle in "Cin Cin". Quando ancora erano dei dandy sgangherati un po' boheme e un po' accattoni. Quando ancora Bianconi non si metteva il rimmel e non sculettava allegro al ritmo del recente "Amen". Mi ricordo quando, due anni fa, ero andata a sentirli con la band con cui suonavo allora. Che poi, se proprio vogliamo specificare, erano anche il e la mia migliore amica. Ora invece i Baustelle lo ye ye lo fanno davvero, e Anna non la vedo da tempo.
Tutto cambia.
Vasco non lo sfrattano più. Ha la copertina di Blow Up e disco del mese e di Rumore. E lo sapete che non parlo di QUEL Vasco. La musica cambia. Mi chiedo perchè però aleggia questa sensazione. La musica si deteriora. In quanti riemergono integri, naturali e umili dalle botte lusinghiere del successo? Qualche nome in mente ce l'avrei, ma preferisco tenermelo per me. E comunque in realtà volevo parlare di tutt'altro.
Il nofun chiude.
La volta di mattoni, il palco microbico su cui ho visto sfilare grupponi e gruppetti, il Gae dietro il bancone, cercare rifugio in un libro aperto a metà, la prima volta in cui ci sono stata. Me l'aveva consigliato En. Poi l'apertura di un mondo, un mondo ctonio, nascosto, discreto e prorompente allo stesso tempo. Questo luogo classificato sotto il nome di circolo arci, che alla fin fine rimarrà sempre NOFUN, anche ora che lo sfratto è cartaceo. Ieri sera sfogliavamo piantine in cerca di una soluzione, ma non sarà mai la stessa cosa. I primi passi nel mondo dell'indie rock. Le vecchie cassette, quella dei DEVO. Il succo alla pesca. Enver con gli occhi matti che mette i dischi, Gigi che mi racconta le ultime news, Gian che ride, tu che mi guardi. Silvia Cameramia che saltella in giro, il Geggio che quando c'è fa casino, Claude seduto sul banchetto del Merchandising. Brian Ritchie che ride incurante di aver fatto la storia della musica. Grandi americani, grandi udinesi. Un monumento alla cultura lo-fi, alla filosofia underground, una botte di ferro che tiene lontani - ogni tanto - gli intelettualoidi. Tanto i frequentatori abituali li riconosci subito.
Il nofun chiude. Niente più mattoni sul soffitto.
Che poi, se vogliamo, è anche il luogo dove ci siamo conosciuti. Rotolandoci uno nelle pupille dell'altro, era proprio il disco degli zen circus a farci da scudo. Ieri Gae ballava il tip tap e piangeva, con quella faccia che dura quanto il nofun. Si reagisce, perchè è gente tosta, ma rimane l'amarezza dello sfratto. L'espropriazione di un luogo che è un monumento, che è una piramide dell'indie rock. Tanti mozziconi di sigaretta rimarranno cementati nella nostra memoria. Passo le mani sulle pareti, annuso, struscio le palpebre sul bancone, mastico ricordi.
Il nofun chiude. Niente più Frigidaire per non tradire insicurezze.
Il nofun chiude. Niente più birre al sapore di cantina tra le tue labbra.
Il nofun chiude. Niente più lamentele attorno alle elezioni tutti attorno ad un tavolo con la coda tra le zampe.
Il nofun chiude. Niente più sgabuzzino sul retro che è come il dietro le quinte.
Nella mia memoria non chiuderà proprio un cazzo.
martedì, 15 aprile 2008, ore
18:08
Ogni tanto vorrei che la musica rappresentasse ancora per me il grande punto di domanda tra due punti esclamativi di una volta.
!?!
Ora invece è un punto fermo.
.
Stasera non sono pronta, spero di sfuggire all'intervista. La verità è che se in casa c'è freddo, la temperatura fuori non può alzarsi.
E tu sei lontano. E venerdì è lontano.
Riuscire ad avere qualche giorno libero è un'agonia. Ma vorrei respirare. Invece ora devo ancora di più darmi da fare, che School's Out almeno fino a giugno si aggrappa solo alle mie spalle. Il Viet ha dovuto indietreggiare. E a me dispiace. Ma in realtà non ho neanche il tempo di dispiacermi. Le preoccupazioni mi barcollano in testa.
E tu sei lontano. E venerdì è lontano.
E vorrei starmene in giardino a leggere, e invece mi specchio nelle orbite a palla di chi passa troppo tempo al computer. Ladybug Transistor. In inglese. Non sono capace. Spero che il Gae si dimentichi. RImedierò con i Granturismo. Promesso. E vorrei che il cane smettesse di abbiare. Prefersico i gatti. E adesso è arrivato il cerbero, e il fatto che io mi stia innamorando non lo tange. Anzi. Ultimamente ha gli occhi cattivi e fa paura.
E tu sei lontano. E venerdì è lontano.
martedì, 08 aprile 2008, ore
22:11
Oh cazzo. Ma io ho paura.
martedì, 08 aprile 2008, ore
20:17
Sotto le luci al neon della cameretta spenta, per caso sono capitata alle canzoni del mio deturpamento interiore, e ogni momento malinconico ha un sapore deciso e netto e mi rendo conto di quanto intenso è stato tutto, prima di giungere qui. Ero come le corde delle chitarre che si spezzano. Finalmente mi hai accordato. Ascoltare tutta quella musica ora ha un sapore di dentista sterilizzato, il nastro isolante mi allontana e nasconde tutto il marciume accumulato. Sei stato la mia pennicillina. L'antibiotico delle mie infezioni interiori. Erano solo pochi giorni fa e strisciavo in un rivolo di speranze flebili e toccavo il fondo e risalivo per respirare e ritoccavo il fondo e ririsalivo e avanti così finchè non sono sbattuta sulle lenti dei tuoi occhiali. E i tuoi occhi sorridevano castani. Mi è bastato per riemergere e rirespirare e reimparare tutto da capo.
Come i bambini.
lunedì, 07 aprile 2008, ore
19:28
Probabilmente era stato difficile per entrambi, quando, inconsapevolmente, tu vincevi con i tuoi cortometraggi, io con le mie parole musicali. Nessuno con cui condividere l'aria.
Morire di asfissia? In quei momenti mi sembrava così vicino.
Scrivere ad un ignoto, rileggere ora e ritrovarti in mezzo ai caratteri Times New Roman, 12 punti. Ti avevo descritto sin nei minimi dettagli, addirittura avevo immaginato i denti rotti, e ricostruiti. Ora ci ricostruiamo i numerosi cuori infranti a vicenda. Senza bisogno delle impalcature, che poi è anche rischioso cadere.
Mi accorgo che scrivere non mi è più facile come prima, forse perchè certe cose, quando ci sei dentro, si ribellano ad essere rinchiuse dentro a segni codificati.
Ti stavo aspettando. Ti cercavo senza cercarti, ti inseguivo nella stanza degli specchi. Ho sbattuto il naso un po' di volte, ma pian piano gli ematomi si stanno assorbendo. Mi stai restaurando le occhiaie, le pupille stanche, gli sguardi ellittici, e vacui, di un tempo. Un tempo che mi riaffiora alla mente ogni mattina, ormai cicatrizzato, mineralizzato, una paura di fondo che però scacci prepotentemente fuori dalla mia testa ogni volta che, opplà, sorridi.
E sorrido di rimando. I sorrisi di cortesia fanno male alle gengive, la bocca mi si era riempita di ferite, a forza di mimare felicità. Ora non mi serve concentrarmi per stare bene. Mi viene naturale. Quando ho capito di averti trovato, le lacrime c'erano, solo che non le ho lasciate scendere. C'è un senso unico negli occhi, quando si è felici. Divieto di transito per la malinconia, anche solo per la commozione.
Rotolandomi tra la beatitudine - che, confesso, ogni tanto sfocia nella mera e pura idiozia - finalmente respiro a pieni polmoni. Non è stato facile, ma senza quella così profonda solitudine non saprei valorizzare debitamente tutto questo. Svilite, svilite pure. Tutto ciò che loro, questa entità astratta, "gli altri", pensano, è che ci sono due casi clinici in meno. Casi clinici, sissignori, proprio così. Perchè abbiamo avuto pazienza, e la pazienza oggi è sinonimo di pigrizia, di scarso interesse, le cose devono esserci veloci, e subito! Ma non abbiamo saputo accontentarci. Non adattarci. Credo che lo spirito di adattamento, tanto esaltato dall'uomo, sia invece un nemico subdolo, se interpretato male. Ovviamente dipende dal significato che gli si attribuisce. Se adattamento diviene sinonimo di omologazione, vade retro. Credo che la bravura più grande stia proprio nel conservare se stessi, ovunque, dovunque, comunque. Perchè trasformarsi a favore altrui? Perchè perdere la propria meravigliosa individualità? Forse è proprio per questa nostra caparbietà che è stata un' attesa lunga, stancante, estenuante. Anche se ricercata, dopo un po', la solitudine stufa. Mi dici. E io annuisco pensierosa, perchè mi paiono così vicini i giorni dell'ignoto, delle gambe che tremano, e un cambiamento così repentino mi sembra davvero troppo bello. Poi mi accorgo che è tutto reale.
E. Finalmente. Sorrido. A. Denti. Aperti.
giovedì, 03 aprile 2008, ore
17:19
Gli occhi ti brillavano come fossimo in un un fumetto, e c'era una gocciola di luce bianca che illuminava la sala.
martedì, 01 aprile 2008, ore
17:35
Fuori c'è il sole. La mia mente è un groviglio. Ma mi sento abbastanza viva.
Spero. Non di nuovo. Non un'altra volta. Non potrei sopportarlo.
domenica, 30 marzo 2008, ore
21:38
I Jeans a contatto con la sabbia ti fanno sembrare il culo bagnato, ma è solo un'impressione. E' il freddo, ed è la libertà. Scompensi termici tra me e il mare. Rifuggere la compagnia non è necessariamente un male, anzi. Ci sono situazioni che necessitano di essere vissute in solitudine. La contemplazione, sicuro, è una di esse. Seduta. Di fronte a un mare spoglio dalle creme contro il sole, perchè è solo primavera, ed è appena iniziata. I raggi solari ancora timidi e ingenui non osano sfiorarmi altro che le spalle. Fiuto l'aria, come fa il mio cane quando cerca. Cosa, non lo so. Fiuto l'aria, e mi riempio le narici dell'atmosfera satura di profumi e puzze e semplici odori che c'è solo al mare. Mi riempio il naso, la bocca, gli occhi, i capelli di un mondo che per tutta la stagione delle maglie spesse mi era rimasto estraneo. Caccio la testa sotto la sabbia, ne riemergo felice. E un po' più libera. Il libro di filosofia aperto su Epicuro, dopo un po' mi si incrociano gli occhi, ed ecco che appoggiato sotto la testa il libro diventa un cuscino. La cultura, se amata, è soffice. La spiaggia è poco popolata, si tratta sostanzialmente di allegre famigliole con pupattoli gagliardi ed eccitati, hanno gli aquiloni, le ali se le costruiscono da soli. Mi annuso le mani, il sale le ha seccate. Perdere il tatto per un po' è terapeutico per gli animi sensibili. Lasciarsi rintronare dal vento, volti che si confondono con il riflesso degli areoplani e delle mongolfiere immaginarie, capelli in bocca e calzini come bruchi che scappano da tutte le parti. Non li rincorro. Il cellulare non mi importa, quasi quasi lo spegnerei. Ma poi i miei non mi trovano. Meglio di no. Ogni tanto mi chiedo come sarebbe staccarlo. Staccare cellulare, infrangere computer. Sarei la stessa di adesso? Ho la netta impressione che vivrei molto di più, e conoscerei molto meno. Se sono così attaccata a questi apparecchiozzi rozzi ed invadenti è perchè mi aiutano a sfamare questa fame di gente che ogni giorno mi investe più prepotente. Un modo vale l'altro. E in fondo al web devo tanto. Lo so.
Però. Ogni tanto. Spegnere tutto.
I miei occhi sono spenti quando, in mezzo alle dune, il sole picchia prepotente sulle sarracinesche delle mie palpebre. Tanto non apro! Annuso, scodinzolo con la coda di cavallo, allegria senza fine. Ieri sera si preannunciava tempesta nera. Sto a casa? Esco. Vado al Bire, con il solito senso di disgusto quando mi avvicino al chiacchiericcio alcolico e all'omologazione subdola derivante dalla convinzione di essere alternativi. Chiedo solo compagnia e conferme, qualcuno vorrà venire con me allo zoo? Ovviamente, naturalmente, -Lavinia, che ti aspettavi?- nessuno. Testa bassa e coda tra le gambe, ma allo stesso tempo orgogliosa me ne vado a piedi, per via Caccia(che al buio, vi confesserò, ieri, per la prima volta, non mi ha fatto paura), fino a via Fiume, numero 13. Avvilita sì, perchè un piattume del genere ogni volta mi riempie di schifo, ma anche forte e felice e soprattutto, con una parvenza di libertà. Perchè almeno ho la consapevolezza che, se non lo vorrò, non mi fagociteranno mai nel loro mondo di ipocrisie e pose e sentimenti di plastica e ostentazione del nulla più totale. Il porfido scorre veloce sotto i miei piedi, i Melt pompano nelle orecchie. E poi, come mi capita sempre in questi momenti, mi si stampa in faccia quel sorriso da ebete, due file di denti sgangherate che dicono al mondo che forse un po' sì sto bene.
sabato, 29 marzo 2008, ore
19:59
Dai Lavinia, basta tergiversare e trastullarti con il nulla. Stacca le labbra da questo schermo asettico, vai in bagno, esci di casa, esci di casa. Che starsene al chiuso dei termosifoni non ti serve più.